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Pap test e test HPV: differenze e ogni quanto ripeterli

27 agosto 2026 6 min di letturaStudio Ginecologico Pacilio

Pap test e test HPV vengono spesso confusi perché il prelievo è quasi identico: pochi secondi, una spatolina o uno spazzolino sul collo dell'utero, nessuna anestesia. Le domande a cui rispondono, però, sono profondamente diverse, e da questa differenza dipendono l'età in cui conviene eseguirli e l'intervallo con cui ripeterli.

Entrambi appartengono al percorso di prevenzione del tumore del collo dell'utero, una delle poche neoplasie che si possono prevenire, e non soltanto diagnosticare precocemente, perché le lesioni che la precedono sono identificabili e trattabili anni prima.

Che cosa cerca il Pap test

Il Pap test è un esame citologico: analizza al microscopio le cellule prelevate dalla superficie del collo dell'utero per riconoscere alterazioni morfologiche già presenti. Il referto usa una terminologia standardizzata: negativo per lesioni intraepiteliali, oppure ASC-US, LSIL, ASC-H, HSIL, in ordine crescente di rilievo clinico.

La variante in fase liquida, il Thin-Prep, sfrutta lo stesso prelievo ma sospende le cellule in un liquido di conservazione: si ottiene un preparato più pulito, con meno campioni non valutabili, e sullo stesso materiale è possibile eseguire il test HPV senza richiamare la paziente. Il Pap test dice quindi che cosa sta accadendo ora alle cellule, ma non identifica la causa.

Che cosa cerca il test HPV

Il test HPV-DNA è un esame molecolare: ricerca il materiale genetico dei ceppi di papillomavirus umano ad alto rischio oncogeno, tra cui i tipi 16 e 18, responsabili della maggior parte dei tumori cervicali. Non guarda le cellule, ma la presenza dell'agente che può causarne la trasformazione, spesso molti anni prima che qualsiasi alterazione diventi visibile.

Ne deriva una sensibilità più alta e un diverso significato del risultato negativo: un test HPV negativo rende molto improbabile la comparsa di una lesione significativa nei cinque anni successivi. Un test positivo, al contrario, non indica una malattia: segnala un'infezione, molto frequente e nella maggior parte dei casi transitoria, che va inquadrata con la citologia di completamento e con la tipizzazione virale, che precisa quale ceppo è presente.

Ogni quanto ripeterli

Gli intervalli seguono la storia naturale dell'infezione. Tra i 25 e i 30 anni l'esame di riferimento è il Pap test, con ripetizione ogni tre anni se negativo: in questa fascia d'età le infezioni da HPV sono molto comuni e destinate a risolversi spontaneamente, e un test molecolare positivo genererebbe approfondimenti spesso inutili. Dai 30-35 anni fino ai 64 l'esame di riferimento diventa il test HPV, ripetibile ogni cinque anni quando negativo, con la citologia utilizzata come esame di completamento sui casi positivi.

Questi intervalli valgono per le donne senza sintomi e con esami precedenti negativi. Vengono accorciati in presenza di un Pap test alterato, di una positività HPV persistente, di una storia di lesioni cervicali trattate, di immunodepressione o di terapie immunosoppressive. La comparsa di sanguinamenti dopo i rapporti, perdite anomale o dolore pelvico richiede sempre una visita indipendentemente dal calendario dello screening.

La vaccinazione anti-HPV riduce in modo consistente il rischio, ma non lo azzera e non copre tutti i ceppi oncogeni: le donne vaccinate continuano a seguire il programma di screening previsto per la loro età.

Preparazione e cosa succede se il test è alterato

L'esame va programmato lontano dal flusso mestruale. Nelle 48 ore precedenti è opportuno evitare rapporti sessuali, lavande vaginali, ovuli, creme e gel spermicidi: il sangue e i residui di prodotti locali possono rendere il campione non valutabile e costringere a ripetere il prelievo. Il prelievo in sé dura pochi secondi e non richiede alcuna anestesia.

Un risultato alterato non equivale a una diagnosi di tumore. Il passo successivo è la colposcopia: con uno strumento ottico ingrandente si osserva il collo dell'utero dopo l'applicazione di soluzioni che evidenziano le aree sospette e, se necessario, si esegue una biopsia mirata. Solo l'esame istologico stabilisce la natura e il grado della lesione. Molte lesioni di basso grado regrediscono spontaneamente e vengono seguite nel tempo; quelle di grado elevato si trattano con procedure ambulatoriali che conservano la fertilità, seguite da controlli programmati.

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